Mi hanno proposto una sponsorizzata sui social, e così ho pubblicato alcuni video con un questionario per parlare di
genitorialità in adolescenza: comunicazione, uso del cellulare, quel senso di distanza che a volte si infiltra in casa senza bussare.
Mi avevano proposto “una campagna”. Nella realtà è diventata un varco: un modo per far emergere ciò che spesso resta chiuso nel silenzio.
Sono arrivate tante mamme. Alcune con poche righe, quasi trattenute:
“Non mi parla più”,
“Si chiude in camera”,
“Risponde a monosillabi”,
“Ogni regola diventa una guerra”.
Altre con parole più nude: “Mi sento inadeguata”, “Ho paura di peggiorare la relazione”, “Mi sento sola”, “Non ce la faccio”.
E lì ho avuto, ancora una volta, la conferma che spesso un genitore cerca un punto d’appoggio.
Uno spazio dove essere ascoltato e non sentirsi sbagliato prima ancora di parlare.
In adolescenza cambiano i codici.
Le regole che funzionavano ieri, oggi sembrano accendere conflitti.
Il dialogo diventa intermittente, lo sguardo scappa, le parole si riducono. E dentro cresce una paura: “Lo sto perdendo?”
C’è anche il mostro cellulare, certo. E ciò che mi ha colpito di più non è stata la quantità di schermo: è stata la quantità di solitudine.
Genitori che reggono tutto da soli, mentre fuori sembra che “dovrebbero saperlo fare”.
Ho visto anche un meccanismo ricorrente: più aumenta la paura, più aumenta il controllo.
Più aumenta il controllo, più aumenta la distanza.
È umano. È il tentativo di rimettere ordine quando senti che stai perdendo il contatto.
Questa esperienza mi ha confermato che: i social sono un luogo di primo contatto, un punto di aggancio.
Per l’aiuto vero serve un contesto diverso: riservatezza, tempo, confini chiari.
È necessario uno spazio sicuro dove una mamma possa dire “Non ce la faccio” e sentirsi accolta.
Da lì si può iniziare a fare ordine, dare nome a ciò che accade e costruire passi pratici, uno alla volta.
Se dovessi riassumere cosa mi porto a casa da questa esperienza, direi così: spesso “il cellulare” è il pretesto,
il tema è la comunicazione che si disallinea proprio quando servirebbe più contatto.
E dietro molti comportamenti “difficili” c’è un doppio dolore: quello dell’adolescente che non capisce cosa gli stia succedendo,
e quello del genitore che si sente inadeguato e finisce per muoversi tra paura, fatica e senso di colpa.
Io continuo a credere che si possa cambiare direzione ritrovando presenza e lucidità,
lasciando spazio, scegliendo parole e tempi che aprono invece di chiudere.
Un modo di esserci che accompagna senza invadere, che tiene il limite senza spezzare la relazione,
che rimette in circolo fiducia e possibilità.
Ecco perché quel questionario: non per etichettare, e nemmeno per dare risposte preconfezionate.
Per iniziare a tradurre. Perché quando un grido trova parole, spesso trova anche una strada.


